Quando i pensieri pungevano poco

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Mi piacciono i ricordi freschi. No, non quelli recenti, quelli freschi, quelli di cui sento ancora il profumo. Ricordi della mia campagna di tanti anni fa, piccole miniature di un tempo spensierato, quando i pensieri pungevano poco, come le spine delle more, secche e asprigne, raccolte sui rovi tra le pietraie o gli alberi di gelsi neri su cui mi arrampicavo per prendere i frutti, succosi e dolcissimi, che macchiavano le mani, le braccia ed i vestiti. Correvo gridando e sgocciolando succo come fosse sangue per fare uno scherzo a mia madre e lei, fingeva di crederci per farmi contenta. Ricordo la pelle delle bisce rimasta a seccare, dopo la muta annuale, tra le pietre infuocate del sole d’agosto, la prendevo delicatamente, tanto era fragile e bella, lucida e con strani disegni bianchi e neri sulle scaglie.

– Sarbala, diceva il nostro massaro, po’ servere! (conservala, puo’ servire)

Perche’ anticamente la gente di campagna la usava per tamponare piccole ferite, un po’ come l’allume di rocca o il cotone emostatico.

Ricordo i funghi di pioppo, profumatissimi, trovati per caso, passeggiando nel pioppeto in cerca i ciclamini selvatici. La sorpresa per l’inatteso regalo e,  pregustando un saporito risotto, mi spogliavo della camicetta da usare come contenitore, annodandone i lembi, in mancanza d’altro. E la corsa verso casa gridando: mamma, papa’, ho trovato i funghi!

Mio padre che si affacciava sulla porta e con la sua faccia burbera mi diceva:

– si, vabbe’, perche’ tu sai come cercare i funghi?

E la soddisfazione di vedere la sua faccia sorpresa quando aprivo sul tavolo della cucina la camicia, ormai sporca di terra, e ne venivano fuori intere famigliole di funghi.

– Ma saranno almeno quattro chili, altro che risotto!

Ricordi vividi e belli. Come quando il mio nipotino di tre anni, amante degli animali, tutti indistintamente, mi portava in cucina tutto cio’ che riusciva a prendere. E mica poco: insetti di tutti i generi, grilli, farfalle, lucertole, era incredibile come riuscisse a catturarli! Niente lo spaventava e cosi’ tentava di prendere anche le api … e ci riusciva. Entrava in cucina porgendomi una piccola ape moribonda con la sua manina orribilmente gonfia per la puntura e mi diceva:

– gia, varda! io bua pero’

(zia, guarda! io pero’ ho dolore)

Allora non si moriva per queste cose, una pomatina, un bacio e via. Anche le api allora pungevano piano.

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Una donna diversa 

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Una donna diversa di Annalisa Scialpi

Incontrai L. in biblioteca un po’ nascosta del paese. Potrei cambiarle il nome e metterlo per intero, ma non sarebbe giusto. Non sarebbe fedele ai fatti. L. mi offese, un giorno, quando mi disse che la biblioteca era frequentata da derelitti e gente che definì, in maniera non proprio delicata, ‘esaurita’. Però risi di fronte alla sua autoironia. Le persone capaci di autoironia mi piacciono da morire.  Scoprì che avevamo molti anni di distanza, ma anche che era nata il mio stesso giorno. Avanzava tra i lettori come una sonnambula o un fantasma con quel suo cappotto bianco. I capelli erano biondi, ma aveva negli occhi chiari qualcosa di bello e di sognante che non dimenticherò. Non ebbi alcun dubbio, fin da subito, che fosse una donna diversa. Un pomeriggio parlammo a lungo. Quel pomeriggio non lessi alcun libro.  Quello che mi disse è più o meno questo.

“Io non ho mai fatto discorsi seri. La serietà mi spaventa, ma non è esatto dire ‘la serietà mi spaventa’. E’ l’indifferenza che mi spaventa. Quella sorta di ritrosia che scorgi nella gente ottusamente bene mentre provi a dire che stai crepando. E’ come quando sei bambina e corri da tua madre con le mutandine abbassate, per chiederle di pulirti e lei ti dice: “Non ti vergogni a presentarti così davanti agli zii?”. Credo che sia in quel momento che tu impari a nasconderti, a capire cosa sia la vergogna. La tua vagina non puoi nominarla. E’ una cosa sporca e devi riferirti ad essa col termine ‘patatina’, ‘farfallina’. E’ una sorta di mutilazione femminile, come quando i veterinari ti consigliano assolutamente di sterilizzare la gatta per evitarle i tumori e l’aids felina e la poverina, dopo quel trauma, diventa una sorta di vegetale che passa il tempo a mangiare e a fissare gli ectoplasmi che volteggiano nella stanza, ma senza l’intenzione di catturarli. E’ proprio quel giorno in cui ti viene detta quella frase lì che tu diventi una gatta sterilizzata. Entri cioè a far parte del popolo dei felini asettici chiamato ‘civiltà’. Hai mai notato la quantità di donne grasse che ci sono, soprattutto dopo i quarant’anni? Dicono che è l’età, l’inizio della menopausa, le gravidanze, la suocera: stronzate. Si tratta degli effetti della sterilizzazione. Le donne diventano pachidermi per difendersi dalla vita che cade loro addosso senza che abbiano avuto la forza, il coraggio di dire ‘io’. Tante donne non hanno mai detto ‘io’. Altre hanno covato i loro demoni facendogliela pagare a tutti coloro che avevano attorno.

       La nostra società è fatta per maschi: maschi che producono, efficienti, in linea con le richieste del sistema: macchine cieche aizzate dalla pubblicità, dalla propaganda del ‘celodurismo’ del ‘sorridi, consuma e sei okay’. Siamo il popolo del viagra a colazione e dei deodoranti pubici usati come il collirio. Prima le persone che osavano strillare le portavano nei manicomi. Oggi le lasciano marcire fuori dalla patina luccicante delle vetrine: credo che impazziscano più di prima, perché nelle strade dove non ci sono i negozi c’è la merda pestata che nessuna nettezza urbana è tenuta a rimuovere. Volutamente. E alla fine quelli come me girano come i cani lasciati in strada da quelli che vanno in vacanza e che non hanno tempo perché, a settembre, devono rinnovare gli impegni con l’associazione cattolica. I randagi abbandonati  si annusano e si riconoscono ‘a fiuto’, quando si incontrano. A volte siamo così affamati di amore da essere perennemente arrapati; per questo ci strusciamo, impudici, al primo che si mostri veramente intenzionato a starci a sentire. E facciamo anche le fusa con gli occhi accecati dalla tanta vita che ci è passata dentro e ci ha squarciato gli intestini. Vuoi sapere chi sono? Potrei essere una sagoma. Una sibilla. Un fantasma. Ma non chiamarmi mai la vergine Maria, perché ‘sti becchini che hanno inventato la vergine Maria si masturbavano mentre aprivano le gambe, fino a squarciarle, alle donne che chiamavano streghe, solo per poterle condannare. Scusami se non sono gentile ma, sai, oltre a fare le fusa, io ringhio. Ho sviluppato i canini come i rottweiler e ti dirò che, alcune sere, eccedo e come i lupi, ululo alla luna. Ma dimmi, cara, tu che hai la pelle così bianca e sembri giovane: cos’è, per te, una donna gentile?

    Io avrei voluto essere una donna gentile, credimi. Non avevo un’idea particolare di una donna gentile, la sapevo… O scusami, ho perso il filo del discorso. La verità è che non mi sono mai posta il problema di essere una donna gentile. Forse perché le donne gentili hanno uomini gentili che le aiutano ad essere delicate, così come siamo, ma io non ho avuto questa fortuna. La vita non mi ha concesso di essere delicata e vulnerabile. Forse è per questo che non mi hanno mai attratto le tende di mussola o gli arredamenti retrò o i completi di seta. L’altro giorno mi sono fermata d’avanti a un negozio ‘in’ del paese. Ho visto un completo intimo in seta che costava quasi trecento euro. Ho pensato alla donna che l’avrebbe indossato, giusto qualche minuto prima di ciò che tu sai. Sono rimasta a guardare la vetrina, ma ormai non vedevo più il completo. Volevo soltanto capire. Quella questione dei pochi minuti  ‘prima di’ che costavano trecento euro. Non sono riuscita a darmi una risposta e ho ripreso a camminare. Credo di aver sputato per terra, ma senza farmi vedere.  

Mi sono innamorata diverse volte. E ogni volta non riuscivo a capire come cazzo inserire la storia del principe azzurro  in quel nuovo copione. Allora, furbamente, dicevo a me stessa: “Ecco, questa volta sono più matura, quindi questo è l’amore vero, il ‘principe azzurro’. E ci mettevo la cornice come quella cucita da Platone sulla bella storia delle anime gemelle. E in fondo, pensavo, lo dice anche Dio, attraverso gli sciamani che hanno scritto la bibbia, che in principio c’erano solo Adamo ed Eva senza le sveglie, i telegiornali, le previsioni del tempo  e che tutto era bello perché stavano in un giardino e non c’era nemmeno la questione del vegetarianesimo perché erano vegani doc. Quindi, euforizzata da questa favola, mi innamoravo perdutamente e iniziai a scrivere delle poesie per dire al mondo quanto fosse bello amare (credevo di saperlo solo io). Sfortunamente non ero una cretina e mi accorgevo subito dell’inganno. L’amore, proprio come un vapore, sfumava via e, più il delle volte era un mare in cui avrei voluto tuffarmi, ma non vedevo quanto fosse aguzza e infida la roccia su cui stavo. Agli uomini non piacciono le donne complesse e col cervello: le definiscono pazze. Credo che sia stato Freud il primo a definire l’isteria femminile. Qualcun altro ha detto che le donne hanno il cervello perennemente mestruato. Ho finito per capire Messalina che si prostituiva a pagamento nei sobborghi di Roma, solo per il piacere di veder riconosciuta la propria femminilità.  Ritornando all’amore… Cosa stavo dicendo? Non so perché ma, ad un certo punto della mia vita,  ho iniziato a vomitare davanti ai merletti ed alle trine degli abiti da sposa. Avrei voluto anche fondare un’associazione per liberare le donne dal matrimonio. Io, ovviamente, sarei stata la presidente. Lo slogan era: al rogo le trine. Tu pensi veramente che si possa chiudere in un barattolo l’amore? Tu pensi davvero che esista l’amore eterno, la mela che si ricompone, bella come quella di Biancaneve?  Tu non sei sposata vero? Tu devi salvarti da questa cella manicomiale definita matrimonio. Vola, sporcati le ali, ma non insozzarle mai con le menzogne dei becchini che ti costringono a dire ‘per sempre’. L’amore non lo sa se è per sempre. Non lo saprà mai. Come l’onda che ruggisce sullo scoglio non sa se arriverà a spaccarlo o se, al contrario, lo scoglio spaccherà lei. E ora va, figlia mia, che queste parole maledette spezzino il sortilegio delle parole benedette che vogliono uccidere la tua libertà.

Il mistero delle banane scomparse

Il caso misterioso, per la verita’, fu risolto in breve tempo, ma fu alquanto difficile e ingarbugliato.

Al mattino, prima di recarsi al mare, il piccolo Paolo manifesto’ il desiderio di mangiare delle banane. Prontamente, la nonna rassicuro’ il piccolo dicendogli che al ritorno dal mare le avrebbero acquistate. Cosi’ fu che ritornati dal mare, gia’ stanchi, accaldati, con la sabbia ed il sale appiccicati dappertutto, la nonna fermo’ la macchina davanti ad un chiosco di frutta ed acquisto’ un bel chilo di banane, ma piu’ in la’ occhieggiava un gran bel pezzo di anguria profumata che sembrava dire “mangiami, mangiami”, cosi’ la nonna acquisto’ anche quella. Ma alla sinistra dell’anguria, delle rosee pesche montagnole si agitavano smaniose di essere acquistate, la nonna adorava quel tipo di pesche e ne acquisto’ un chilo. Risalita in macchina, sistemo’ i sacchetti tra bambini, zia e sacche del mare e tornarono a casa.

Si sa, il ritorno a casa dal mare e’ sempre caotico: stendi i teli umidi, sciacqua costumi e scarpe di gomma, fai doccia e shampo ai bimbi, rivestili e impedisci che svuotino subito il frigo, poi tu riesci a fare una doccia veloce e riparti per la cucina per preparare il pranzo. Ti ricordi di tagliare a grossi pezzi l’anguria per metterla in un contenitore a raffreddare ben benino in frigo e lavi bene le pesche per togliere tutto quel peluche che hanno attorno e bla bla bla tutto il giorno fino ad arrivare all’ora di cena. Paolo chiede la sua banana promessa, la nonna apre il frigo ma non trova le banane, rovista furiosamente, sposta barattoli, contenitori, scatola delle uova, ma delle banane non v’e’ traccia. Non l’avra’ mica messe nel freezer per errore? apre tutti i cassetti, nulla! si cerca in tutte le stanze, dietro le porte, qualcuno potrebbe aver fatto uno scherzo, la zia burlona? no, giura e spergiura che non c’entra nulla. Si cerca dentro la pattumiera, gettate per errore? Persino la gatta viene guardata con sospetto. Incominciano gli interrogatori: chi ha visto le banane? chi le ha posate/dove? le avra’ dimenticate dal fruttarolo? le avra’ comprate? mistero misterioso! Paolino per stasera mangera’ l’anguria, domani la nonna ricomprera’ le banane. La nonna l’indomani mattina scende presto ed acquista un chilo di banane, poi torna a casa e prepara tutto per andare a mare: costumi, scarpe di gomma, brioscine, fazzolettini di carta, maschere, pettine, per fortuna la borsa del mare e’ capiente. La prende dal camerino appesa ad un appendino nel muro … che strano pero’ dovrebbe essere vuota ma pesa, la nonna ci guarda dentro ed ecco li’ in bella mostra il sacchetto con le banane smarrite … adesso avranno ben due chili di banane da smaltire.

LA STRANA STORIA DI JOANNA THEEYE

 

Joanna Theeye, nacque l’1 aprile 1961 a Dover nella Contea del Kent in Inghilterra vicino alle famose bianche scogliere.

Era una bambina bella e sana e crebbe così fino all’età di 5 anni quando le comparve un piccolo rigonfiamento grande quanto un penny sul braccio sinistro, proprio vicino al polso. Nulla di preoccupante, disse il medico, dove i genitori per precauzione l’avevano portata, era soltanto una piccola cisti di grasso che si sarebbe riassorbita nel tempo e se non fosse successo o si fosse ingrossata si sarebbe potuta asportare chirurgicamente in ambulatorio senza problemi.

Joanna divenne una bella adolescente e quel piccolo rigonfiamento non le dette mai fastidio né si modificò minimamente fino a quando, compiuti 16 anni, un giorno provò un improvviso prurito e grattandosi ebbe l’impressione che qualcosa sotto si muovesse, poi non ci fece più caso e nei giorni seguenti non accadde più nulla tranne che qualche impercettibile movimento, ma talmente lieve, che lei stessa pensò fosse semplice impressione.

Una mattina però svegliandosi sentì un leggero fastidio e si accorse che sul rigonfiamento si era creata una fessura. Credendo di essersela procurata grattandosi nel sonno, si recò in bagno per disinfettarsi. Un bruciore fortissimo la fece gridare e guardando bene si accorse che la fessura si era aperta e dentro c’era un occhio che la guardava e contemporaneamente lei da quell’occhio si guardava.

I genitori, accorsi alle urla, la portarono immediatamente al Buckland Hospital di Dover dove i medici, dopo averla visitata accuratamente, dichiararono che Joanna, per una strana anomalia genetica, era provvista di tre occhi.

Joanna convisse con il suo terzo occhio fino all’aprile del 1987 quando, all’età di 26 anni, si suicidò gettandosi dalla scogliera, dopo aver lasciato una lettera nella quale dichiarava di non riuscire a sopportare più quell’occhio che la guardava in continuazione.

 

(Questa è una storia assolutamente inventata ed ogni riferimento a fatti accaduti  o persone è puramente casuale)

 

A Lilly

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Lilly seduta davanti lo specchio guardava il suo vestito azzurro polvere con il colletto in pizzo macrame’ bianco. Era il suo vestito prediletto, un po’ demode’ forse, un po’ scolorito, ma le piaceva tanto, faceva risaltare i suoi riccioli castani e la sua pelle chiara e setosa. Ultimamente pero’ era diventata piu’ pallida, viveva da sola in  quella grande casa buia  nel centro storico di Catania, era la casa della sua famiglia da almeno un secolo, con  splendide finestre dai vetri colorati ma da cui entrava poca luce e lei non amava molto uscire nel frastuono della citta’ e quindi non prendeva molta aria ne’ sole. Ripensandoci era veramente passato molto tempo dall’ultima volta che era uscita, non ricordava piu’ nemmeno quando.

Devo rimettermi in riga – penso’ ad alta voce riguardandosi allo specchio. Era veramente troppo pallida, quasi diafana e notava che anche i suoi capelli avevano perso lucentezza.

Domani passero’ anche dal Dottore – penso’– magari mi dara’ qualcosa da prendere per rimettermi su –

Ma passavano i giorni e Lilly rimandava sempre la sua uscita all’indomani, si aggirava nelle stanze vuote e polverose, non aveva voglia di far nulla,  era da tanto che nessuno veniva a trovarla, a che serviva spolverare?

Guardava i quadri alle pareti, i ritratti dei bisnonni, dei nonni, dei suoi genitori e le sembrava di avere tutta la famiglia con se e fingeva di non  sentire la solitudine.

E passavano i giorni ed i mesi.

Un pomeriggio mentre si spazzolava i capelli senti’ un forte stridore di freni ed un gran botto,  tanto che le mura di casa tremarono.

Corse a guardare da dietro i vetri della finestra della sua camera e vide che una macchina si era schiantata proprio nel muro di casa sua. Lo sportello si apri’ cigolando ed incespicando e barcollando usci’ un ragazzo apparentemente indenne.

Lilly rimase rapita, era bellissimo. Alto e snello, capelli neri e grandi occhi azzurri.

Fu un colpo di fulmine.

Intanto il ragazzo, chiaramente scosso, si guardava intorno come in cerca d’aiuto, ma la stradina era deserta, il centro storico era interdetto alle auto ed a quell’ora erano tutti dentro le proprie casa per il riposino pomeridiano. Perplesso e confuso si decise, per chiedere aiuto, a bussare alla sua porta.

Lilly non se lo aspettava, si guardo’ allo specchio, si sistemo’ nervosamente i capelli con le mani e si avvio’ per aprire la porta. Ma l’emozione gioca a volte brutti scherzi e le gambe diventarono pesanti pesanti, riusciva a scendere le scale un gradino alla volta lentamente, pesantemente, si aggrappava alla balaustra per non cadere tanto tremava dall’emozione.

Era quasi giunta alla fine delle scale, ci aveva impiegato tanto tempo, e vide che il ragazzo era riuscito ad entrare in casa dal portone che, ormai vecchio e sgangherato, si apriva senza sforzo alcuno. Lui si guardava attorno e chiamava:  – c’e’ qualcuno in casa? c’e’ qualcuno?

– Sono qui, ci sono io – disse Lilly arrossendo, da vicino era ancora piu’ bello.

Ma lui sembrava non vederla e non sentirla e continuava a chiedere: – c’e’ nessuno? per favore avrei bisogno d’aiuto!

Lilly si avvicino’ a lui che sembrava ancora non vederla, anzi si allontano’ e si diresse alla sua destra dove sulla parete c’era un grandissimo quadro ad olio che la ritraea.

Rimase estasiato a guardarlo, Lilly nel ritratto aveva lo stesso vestito azzurro col colletto di pizzo che indossava adesso. Anche Lilly volto’ lo sguardo verso il dipinto e si vide cosi’ come si guardava ogni giorno allo specchio, solo che il ritratto aveva i colori piu’ intensi, la sua pelle era color pesca ed i riccioli castano ramati sembravano brillare, il vestito era piu’ azzurro ed i suoi occhi piu’ vivaci. Si volto’ verso un grande specchio che arrivava fino al soffitto e si vide, era pallida, emaciata, quasi trasparente, sembrava un fantasma.

– Sembro un fastasma – disse girandosi verso il ragazzo.

Lui guardava ancora estasiato il ritratto, Lilly vide che si portava due dita alle labbra vi posava un bacio e le poggiava sulle sue nel ritratto.

Una luce improvvisa sembro’ scoppiarle dentro la testa e si vide all’improvviso, come in un film, nel suo letto di morte, dopo una lunga e dolorosa malattia, mentre la madre  vestiva amorevolmente con il vestito azzurro il suo corpo ormai freddo.

Vide il padre col capo chino piangere mormorando: povera piccola mia, non sei arrivata neanche a conoscere l’amore, il primo bacio…

Sembro un fantasma, sono solo un fantasma – si ripete’, guardo’ per l’ultima volta il ragazzo e  senti’ sulle sue labbra il primo ed unico bacio che non aveva mai avuto.

Sono solo un fantasma …

Siete tutti invitati!

– vado di fretta, vado di fretta!

– ma dove vai?

– ho un appuntamento con il Tempo

– cosa gli dirai?

– che non ho tempo, non ho tempo, me ne occorre almeno mezzo chilo

– cosa devi farci?

– prepare te caldo e pasticcini da offrire agli amici virtuali, c’e’ molto freddo ultimamente

– e se qualcuno non ne potesse mangiare?

– ma che sciocco, non sono per la pancia ma per il cuore!

Manca il finale

Jeanne con maglione giallo – A. Modigliani

Sedevo su una sedia rigida, in una stanza senza soffitto, con le spalle rigide, la testa rigida e i pensieri rigidi. Vedevo il cielo farsi scuro, le nubi si addensavano nere e si accavallavano, si urtavano velocemente. Poi un rumore secco, lacerante, come lo schiocco di  una frusta, rimbombo’ tra le pareti della stanza e, con un guizzo improvviso, un lampo squarcio’ le nubi e mi colpi’ la testa. I pensieri scoppiarono in innumerevoli piccoli pezzi crepitanti dall’odore acre e pungente come resina bruciata. Incominciarono a svolazzare in aria, mossi da una corrente misteriosa, come piccoli fuochi fatui. Poi incominciarono a salire verso l’alto attraendosi l’un l’altro come fossero calamite fino ad assumere nell’aria una forma compatta. Immobile li osservavo senza emozione alcuna, la testa ormai svuotata galleggiava leggera sul mio collo. Mi limitavo a seguire quella forma che incominciava, tra mille contorcimenti, ad assumere un suo senso, prima come onda di mare, poi allungandosi, divenne una scritta sospesa nel cielo. Cercavo di leggerla e di capirne il senso ma il fulmine che mi aveva colpita, bruciandomi anche i capelli che sfrigolavano ancora con odor di corno, aveva reso la mia testa in disaccordo col cervello e le parole restavano confuse ai miei occhi, per quanto mi sforzassi ed allungassi il collo fino a sembrare, seduta su quella sedia rigida, un quadro di Modigliani…

Poi all’improvviso la scritta apparve nitida.

 

Tutto era chiaro ed io vi lessi :

”La rigidità dei tuoi pensieri si è trasformata in elasticità mentale. Approfittane.”


finale ideato da Tachimio (Isabella Scotti)

Bisogna sempre spiegarsi bene

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– La bimba: papa’ perche’ ci sono le persone cattive?

– Papa’: non ci sono persone cattive, ci sono persone che soffrono e reagiscono in maniera sbagliata al loro dolore

– La bimba: come quando noi bambini abbiamo male al pancino e ci mettiamo a piangere?

– Papa’: ecco, si

– La bimba: ma se queste persone non sono cattive perche’ uccidono altre persone?

– Papa’: uccidono per difendersi, non per cattiveria

– La bimba: come quando noi bambini ci nascondiamo sotto il letto per non prendere la punizione dalla mamma?

– Papa’: ecco, si

– La bimba: e quelli che uccidono anche se nessuno li minaccia?

– Papa’: non sono persone cattive, uccidono perche’ hanno paura

– Papa’: che fai tesoro, no, no, metti giu’ quel coltello! ti prego, nooooo!

– La bimba: devo ucciderti papa’, ieri notte avevo paura del buio, ti ho chiamato e tu hai spento lo stesso la luce …avevo tanta paura


Giuliana Campisi ©

LUI

immagine dal web rielaborata

Lui – Hai preso la tua medicina?

Lei – No

Lui – Perche’?

Lei – E’ da giorni che non la prendo

Lui- Ma perche’? sai che non devi interromperla mai, il Dottore l’ha caldamente raccomandato 

Lei – Non mi importa, tanto non serve a nulla

Lui – Ma si’ che serve, ti fa bene devi prenderla assolutamente!

Lei – No, non voglio. Mi porta nausea e sonnolenza, mi annebbia il cervello e poi mi fa ingrassare.

Lui – Forse, pero’ ti toglieva gli altri sintomi

Lei- Quali sintomi?

Lui- Ti sei dimenticata che vedevi persone in casa e sentivi anche delle voci? la medicina ti aveva evitato questi sintomi

Lei – E chi ti dice che mi sono tornati?

Lui – Non ti ricordi che vivi sola in casa?

Lei – Si, certo!

Lui – Ed allora adesso con chi stai parlando?

Giuliana Campisi ©