Il mistero delle banane scomparse

Il caso misterioso, per la verita’, fu risolto in breve tempo, ma fu alquanto difficile e ingarbugliato.

Al mattino, prima di recarsi al mare, il piccolo Paolo manifesto’ il desiderio di mangiare delle banane. Prontamente, la nonna rassicuro’ il piccolo dicendogli che al ritorno dal mare le avrebbero acquistate. Cosi’ fu che ritornati dal mare, gia’ stanchi, accaldati, con la sabbia ed il sale appiccicati dappertutto, la nonna fermo’ la macchina davanti ad un chiosco di frutta ed acquisto’ un bel chilo di banane, ma piu’ in la’ occhieggiava un gran bel pezzo di anguria profumata che sembrava dire “mangiami, mangiami”, cosi’ la nonna acquisto’ anche quella. Ma alla sinistra dell’anguria, delle rosee pesche montagnole si agitavano smaniose di essere acquistate, la nonna adorava quel tipo di pesche e ne acquisto’ un chilo. Risalita in macchina, sistemo’ i sacchetti tra bambini, zia e sacche del mare e tornarono a casa.

Si sa, il ritorno a casa dal mare e’ sempre caotico: stendi i teli umidi, sciacqua costumi e scarpe di gomma, fai doccia e shampo ai bimbi, rivestili e impedisci che svuotino subito il frigo, poi tu riesci a fare una doccia veloce e riparti per la cucina per preparare il pranzo. Ti ricordi di tagliare a grossi pezzi l’anguria per metterla in un contenitore a raffreddare ben benino in frigo e lavi bene le pesche per togliere tutto quel peluche che hanno attorno e bla bla bla tutto il giorno fino ad arrivare all’ora di cena. Paolo chiede la sua banana promessa, la nonna apre il frigo ma non trova le banane, rovista furiosamente, sposta barattoli, contenitori, scatola delle uova, ma delle banane non v’e’ traccia. Non l’avra’ mica messe nel freezer per errore? apre tutti i cassetti, nulla! si cerca in tutte le stanze, dietro le porte, qualcuno potrebbe aver fatto uno scherzo, la zia burlona? no, giura e spergiura che non c’entra nulla. Si cerca dentro la pattumiera, gettate per errore? Persino la gatta viene guardata con sospetto. Incominciano gli interrogatori: chi ha visto le banane? chi le ha posate/dove? le avra’ dimenticate dal fruttarolo? le avra’ comprate? mistero misterioso! Paolino per stasera mangera’ l’anguria, domani la nonna ricomprera’ le banane. La nonna l’indomani mattina scende presto ed acquista un chilo di banane, poi torna a casa e prepara tutto per andare a mare: costumi, scarpe di gomma, brioscine, fazzolettini di carta, maschere, pettine, per fortuna la borsa del mare e’ capiente. La prende dal camerino appesa ad un appendino nel muro … che strano pero’ dovrebbe essere vuota ma pesa, la nonna ci guarda dentro ed ecco li’ in bella mostra il sacchetto con le banane smarrite … adesso avranno ben due chili di banane da smaltire.

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LA STRANA STORIA DI JOANNA THEEYE

 

Joanna Theeye, nacque l’1 aprile 1961 a Dover nella Contea del Kent in Inghilterra vicino alle famose bianche scogliere.

Era una bambina bella e sana e crebbe così fino all’età di 5 anni quando le comparve un piccolo rigonfiamento grande quanto un penny sul braccio sinistro, proprio vicino al polso. Nulla di preoccupante, disse il medico, dove i genitori per precauzione l’avevano portata, era soltanto una piccola cisti di grasso che si sarebbe riassorbita nel tempo e se non fosse successo o si fosse ingrossata si sarebbe potuta asportare chirurgicamente in ambulatorio senza problemi.

Joanna divenne una bella adolescente e quel piccolo rigonfiamento non le dette mai fastidio né si modificò minimamente fino a quando, compiuti 16 anni, un giorno provò un improvviso prurito e grattandosi ebbe l’impressione che qualcosa sotto si muovesse, poi non ci fece più caso e nei giorni seguenti non accadde più nulla tranne che qualche impercettibile movimento, ma talmente lieve, che lei stessa pensò fosse semplice impressione.

Una mattina però svegliandosi sentì un leggero fastidio e si accorse che sul rigonfiamento si era creata una fessura. Credendo di essersela procurata grattandosi nel sonno, si recò in bagno per disinfettarsi. Un bruciore fortissimo la fece gridare e guardando bene si accorse che la fessura si era aperta e dentro c’era un occhio che la guardava e contemporaneamente lei da quell’occhio si guardava.

I genitori, accorsi alle urla, la portarono immediatamente al Buckland Hospital di Dover dove i medici, dopo averla visitata accuratamente, dichiararono che Joanna, per una strana anomalia genetica, era provvista di tre occhi.

Joanna convisse con il suo terzo occhio fino all’aprile del 1987 quando, all’età di 26 anni, si suicidò gettandosi dalla scogliera, dopo aver lasciato una lettera nella quale dichiarava di non riuscire a sopportare più quell’occhio che la guardava in continuazione.

 

(Questa è una storia assolutamente inventata ed ogni riferimento a fatti accaduti  o persone è puramente casuale)

 

A Lilly

immagine dal web

Lilly seduta davanti lo specchio guardava il suo vestito azzurro polvere con il colletto in pizzo macrame’ bianco. Era il suo vestito prediletto, un po’ demode’ forse, un po’ scolorito, ma le piaceva tanto, faceva risaltare i suoi riccioli castani e la sua pelle chiara e setosa. Ultimamente pero’ era diventata piu’ pallida, viveva da sola in  quella grande casa buia  nel centro storico di Catania, era la casa della sua famiglia da almeno un secolo, con  splendide finestre dai vetri colorati ma da cui entrava poca luce e lei non amava molto uscire nel frastuono della citta’ e quindi non prendeva molta aria ne’ sole. Ripensandoci era veramente passato molto tempo dall’ultima volta che era uscita, non ricordava piu’ nemmeno quando.

Devo rimettermi in riga – penso’ ad alta voce riguardandosi allo specchio. Era veramente troppo pallida, quasi diafana e notava che anche i suoi capelli avevano perso lucentezza.

Domani passero’ anche dal Dottore – penso’– magari mi dara’ qualcosa da prendere per rimettermi su –

Ma passavano i giorni e Lilly rimandava sempre la sua uscita all’indomani, si aggirava nelle stanze vuote e polverose, non aveva voglia di far nulla,  era da tanto che nessuno veniva a trovarla, a che serviva spolverare?

Guardava i quadri alle pareti, i ritratti dei bisnonni, dei nonni, dei suoi genitori e le sembrava di avere tutta la famiglia con se e fingeva di non  sentire la solitudine.

E passavano i giorni ed i mesi.

Un pomeriggio mentre si spazzolava i capelli senti’ un forte stridore di freni ed un gran botto,  tanto che le mura di casa tremarono.

Corse a guardare da dietro i vetri della finestra della sua camera e vide che una macchina si era schiantata proprio nel muro di casa sua. Lo sportello si apri’ cigolando ed incespicando e barcollando usci’ un ragazzo apparentemente indenne.

Lilly rimase rapita, era bellissimo. Alto e snello, capelli neri e grandi occhi azzurri.

Fu un colpo di fulmine.

Intanto il ragazzo, chiaramente scosso, si guardava intorno come in cerca d’aiuto, ma la stradina era deserta, il centro storico era interdetto alle auto ed a quell’ora erano tutti dentro le proprie casa per il riposino pomeridiano. Perplesso e confuso si decise, per chiedere aiuto, a bussare alla sua porta.

Lilly non se lo aspettava, si guardo’ allo specchio, si sistemo’ nervosamente i capelli con le mani e si avvio’ per aprire la porta. Ma l’emozione gioca a volte brutti scherzi e le gambe diventarono pesanti pesanti, riusciva a scendere le scale un gradino alla volta lentamente, pesantemente, si aggrappava alla balaustra per non cadere tanto tremava dall’emozione.

Era quasi giunta alla fine delle scale, ci aveva impiegato tanto tempo, e vide che il ragazzo era riuscito ad entrare in casa dal portone che, ormai vecchio e sgangherato, si apriva senza sforzo alcuno. Lui si guardava attorno e chiamava:  – c’e’ qualcuno in casa? c’e’ qualcuno?

– Sono qui, ci sono io – disse Lilly arrossendo, da vicino era ancora piu’ bello.

Ma lui sembrava non vederla e non sentirla e continuava a chiedere: – c’e’ nessuno? per favore avrei bisogno d’aiuto!

Lilly si avvicino’ a lui che sembrava ancora non vederla, anzi si allontano’ e si diresse alla sua destra dove sulla parete c’era un grandissimo quadro ad olio che la ritraea.

Rimase estasiato a guardarlo, Lilly nel ritratto aveva lo stesso vestito azzurro col colletto di pizzo che indossava adesso. Anche Lilly volto’ lo sguardo verso il dipinto e si vide cosi’ come si guardava ogni giorno allo specchio, solo che il ritratto aveva i colori piu’ intensi, la sua pelle era color pesca ed i riccioli castano ramati sembravano brillare, il vestito era piu’ azzurro ed i suoi occhi piu’ vivaci. Si volto’ verso un grande specchio che arrivava fino al soffitto e si vide, era pallida, emaciata, quasi trasparente, sembrava un fantasma.

– Sembro un fastasma – disse girandosi verso il ragazzo.

Lui guardava ancora estasiato il ritratto, Lilly vide che si portava due dita alle labbra vi posava un bacio e le poggiava sulle sue nel ritratto.

Una luce improvvisa sembro’ scoppiarle dentro la testa e si vide all’improvviso, come in un film, nel suo letto di morte, dopo una lunga e dolorosa malattia, mentre la madre  vestiva amorevolmente con il vestito azzurro il suo corpo ormai freddo.

Vide il padre col capo chino piangere mormorando: povera piccola mia, non sei arrivata neanche a conoscere l’amore, il primo bacio…

Sembro un fantasma, sono solo un fantasma – si ripete’, guardo’ per l’ultima volta il ragazzo e  senti’ sulle sue labbra il primo ed unico bacio che non aveva mai avuto.

Sono solo un fantasma …

Siete tutti invitati!

– vado di fretta, vado di fretta!

– ma dove vai?

– ho un appuntamento con il Tempo

– cosa gli dirai?

– che non ho tempo, non ho tempo, me ne occorre almeno mezzo chilo

– cosa devi farci?

– prepare te caldo e pasticcini da offrire agli amici virtuali, c’e’ molto freddo ultimamente

– e se qualcuno non ne potesse mangiare?

– ma che sciocco, non sono per la pancia ma per il cuore!

Manca il finale

Jeanne con maglione giallo – A. Modigliani

Sedevo su una sedia rigida, in una stanza senza soffitto, con le spalle rigide, la testa rigida e i pensieri rigidi. Vedevo il cielo farsi scuro, le nubi si addensavano nere e si accavallavano, si urtavano velocemente. Poi un rumore secco, lacerante, come lo schiocco di  una frusta, rimbombo’ tra le pareti della stanza e, con un guizzo improvviso, un lampo squarcio’ le nubi e mi colpi’ la testa. I pensieri scoppiarono in innumerevoli piccoli pezzi crepitanti dall’odore acre e pungente come resina bruciata. Incominciarono a svolazzare in aria, mossi da una corrente misteriosa, come piccoli fuochi fatui. Poi incominciarono a salire verso l’alto attraendosi l’un l’altro come fossero calamite fino ad assumere nell’aria una forma compatta. Immobile li osservavo senza emozione alcuna, la testa ormai svuotata galleggiava leggera sul mio collo. Mi limitavo a seguire quella forma che incominciava, tra mille contorcimenti, ad assumere un suo senso, prima come onda di mare, poi allungandosi, divenne una scritta sospesa nel cielo. Cercavo di leggerla e di capirne il senso ma il fulmine che mi aveva colpita, bruciandomi anche i capelli che sfrigolavano ancora con odor di corno, aveva reso la mia testa in disaccordo col cervello e le parole restavano confuse ai miei occhi, per quanto mi sforzassi ed allungassi il collo fino a sembrare, seduta su quella sedia rigida, un quadro di Modigliani…

Poi all’improvviso la scritta apparve nitida.

 

Tutto era chiaro ed io vi lessi :

”La rigidità dei tuoi pensieri si è trasformata in elasticità mentale. Approfittane.”


finale ideato da Tachimio (Isabella Scotti)

Bisogna sempre spiegarsi bene

immagine dal web

– La bimba: papa’ perche’ ci sono le persone cattive?

– Papa’: non ci sono persone cattive, ci sono persone che soffrono e reagiscono in maniera sbagliata al loro dolore

– La bimba: come quando noi bambini abbiamo male al pancino e ci mettiamo a piangere?

– Papa’: ecco, si

– La bimba: ma se queste persone non sono cattive perche’ uccidono altre persone?

– Papa’: uccidono per difendersi, non per cattiveria

– La bimba: come quando noi bambini ci nascondiamo sotto il letto per non prendere la punizione dalla mamma?

– Papa’: ecco, si

– La bimba: e quelli che uccidono anche se nessuno li minaccia?

– Papa’: non sono persone cattive, uccidono perche’ hanno paura

– Papa’: che fai tesoro, no, no, metti giu’ quel coltello! ti prego, nooooo!

– La bimba: devo ucciderti papa’, ieri notte avevo paura del buio, ti ho chiamato e tu hai spento lo stesso la luce …avevo tanta paura


Giuliana Campisi ©

LUI

immagine dal web rielaborata

Lui – Hai preso la tua medicina?

Lei – No

Lui – Perche’?

Lei – E’ da giorni che non la prendo

Lui- Ma perche’? sai che non devi interromperla mai, il Dottore l’ha caldamente raccomandato 

Lei – Non mi importa, tanto non serve a nulla

Lui – Ma si’ che serve, ti fa bene devi prenderla assolutamente!

Lei – No, non voglio. Mi porta nausea e sonnolenza, mi annebbia il cervello e poi mi fa ingrassare.

Lui – Forse, pero’ ti toglieva gli altri sintomi

Lei- Quali sintomi?

Lui- Ti sei dimenticata che vedevi persone in casa e sentivi anche delle voci? la medicina ti aveva evitato questi sintomi

Lei – E chi ti dice che mi sono tornati?

Lui – Non ti ricordi che vivi sola in casa?

Lei – Si, certo!

Lui – Ed allora adesso con chi stai parlando?

Giuliana Campisi ©

La rinascita

E restavo li’ disarmata a guardare la strada vuota davanti a me, col mio fardello di dolori che traboccava e pesava e consideravo che non ne avrei potuto contenere nemmeno un’altro pezzettino, anche minuscolo, che non sarei stata capace di portare un solo grammo in piu’ di quel peso…

Le braccia aperte quasi in segno di resa, il viso al cielo quasi a chiedere una tregua,  invece … arrivo’ di nuovo, come un temporale improvviso, violento, anche se un momento prima c’era il sole. Credetti fosse il colpo di grazia, che sarei stramazzata al suolo schiantata da quell’ennesimo peso… invece no, il mio corpo si irrigidi’ all’istante ed incomincio’ a rivestirsi di tanti strati di una sostanza simile alla carta e poi fu avvolto come un fuso da metri di filo di seta.

Diventai un bozzolo, dentro stavo al caldo e nel silenzio totale, mi addormentai di un sonno profondo e senza sogni…

Era la cosa giusta

immagine di Nicoletta Ceccoli

Era la cosa piu’ giusta da fare.

Erano mesi che mi ripetevo che quella relazione non poteva andare avanti cosi’, che dovevo tagliarla subito e seppellirla definitivamente.

Erano liti continue, bugie, ripicche. La sua gelosia, immotivata, era ossessiva.

Un giorno andava bene e poi si ricominciava con i sospetti, i trabocchetti, i pedinamenti, eppure era come se non potessimo fare a meno l’uno dell’altra, alla fine c’era sempre il “fare pace”, ovviamente a letto. Gia’, alla fine forse era soltanto quello che ci teneva insieme.

Me lo ripetevo ogni giorno: – basta, devo chiudere questa storia, dimenticarla e seppellirla per sempre.

Ma lui mi implorava ed io ci ricascavo.

Si, avevo fatto la cosa giusta.

Alla fine lui era diventato violento e questo non andava affatto bene, quando non riusciva a convincermi con la promessa di non ricadere nelle sue paranoie volavano spintoni e ceffoni, poi mi chiedeva perdono ed io crollavo.

Alla fine ho fatto la cosa giusta, rompere definitivamente e seppellire tutto.

Si, ho fatto la cosa giusta! me lo ripetevo automaticamente mentre mi guardavo il vestito chiedendomi se le macchie di terra e di sangue sarebbero andate via facilmente.

Giuliana Campisi ©