Come il gheriglio la noce

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Vorresti spogliarmi da questa mia veste,

che da sempre mi ricopre,

per sembrare come tu vorresti ch’io fossi,

ma come io non sono.

Battono le ore nella trasparenza del tramonto

tra la luce fioca che getta strane ombre sulla strada

e incupisce l’animo e il pensiero, ed io ti diro’ che  ieri e’ passato,

oggi e’ forse, e domani e’ un altro giorno.

Non si ferma l’ineluttabile tempo nel

suo incessante e, talvolta doloroso, scorrere,

ma se pur cambia la forma, giammai cambiera’ l’essenza,

il cuore, il nucleo delle cose.

Strappata quella veste e’ me che troverai,

silenziosa e schiva, come sempre, che

nascondo l’amore nei piccoli gesti e che

solo chi mi ama sa capire, mantenendo,

dentro una scorza dura, la tenerezza di me,

come il gheriglio la noce.

Giuliana Campisi

29 settembre ore 19,00

Ho le idee stropicciate e dovrei stirarle o pettinarle, ma sono molto stanca e rimango incollata al divano come il miele sulla fetta biscottata.

I pensieri si ingarbugliano e vanno a casaccio di qua e di la’ nella testa in maniera imprecisa e confusa.

Pettinero’ i capelli, puo’ darsi che serva, ma solo quando trovero’ la forza di alzarmi dal divano

immagine reperita nel web

28 settembre

Credo che i gatti siano spiriti venuti sulla terra. Un gatto, ne sono convinto, può camminare su una nuvola.

(Jules Verne)

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Vorrei essere…

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Vorrei essere l’alba di un giorno d’ottobre,

svegliarmi su un letto di foglie vermiglie

e ascoltare i rumori  del malinconico autunno.

Guardare dall’alto la luce che tremula disperde 

la bruma sottile e si  insinua tra i rami, 

ormai spogli, come  un pensiero indecente.

Vorrei essere con ali d’uccello per salire

nel cielo piu’ alto per poi  scendere giu’ all’improvviso 

e sentire il vento che mi schiaffeggia le guance 

come fosse il rimprovero di un padre severo.

Vorrei essere ancora  una foglia appassita

potermi lasciare cadere senza che alcuno

se ne possa stupire o dolere.

Giuliana Campisi

DIARIO DI UNA GATTA (Maya) – Oggi 26 settembre 2015

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Ecco, ci risiamo. Scopa, stracci, acqua, struscia, struscia e struscia.

Puntuale come sempre, sto bipede spelato come un lombrico si impadronisce di tutti i miei spazi eliminando con crudele pervicacia tutto quello che pazientemente e da brava gatta dissemino ogni giorno nella mia casa: peli, peli, odore, feromoni, peli, peli. Fatica sprecata, con quale cura sta spelacchiata elimina tutto, noncurante del fatto che io le consento di convivere con me, di sedersi sul mio divano, di dormire nel mio letto…

Che dire poi che accetto di mangiare quelle sbobbie schifose, che lei chiama bocconcini da gourmet, o quegli orridi croccantini che mi offre scuotendo rumorosamente la scatola che li contiene. Orrido suono, come il sapore di quelle caccole dure come le pietre.

A me, felino per antonomasia, predatore e carnivoro, amante della caccia, croccantini e mousse al sapore di pesce (!?), ed io che per compiacerla devo mangiare tutto per non sentire quella voce querula che dice: gattaccia viziata, hai la pancia piena!

Io, meraviglioso felino, dovrei scorazzare nei campi in cerca di prede, invece costretto e prigioniero in questa casa,  umiliato ad espletare i miei bisogni corporali in una scatola con la sabbietta, che lei, la viscida umana, chiama pomposamente “la toilette della gatta”. Toilette? a me, fiero felino!

Ah quanto e’ dura la prigionia!

Per oggi mi sono stancata, ho dormito solo 20 ore. Vi raccontero’ domani le mie disavventure.

DIARIO DI UNA GATTA (Maya) – Oggi 27 settembre 2015

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Eh santi topi! Oggi quella viscida della mia umana aveva tanta voglia di coccole! Che strazio! Si aggirava per casa chiamando con quella voce da deficiente: Mayaaaa, amore di mammaaaa, dove seiii? vieni qui dalla tua mammaaaaa!

Ora, soffermiamoci un attimo sul fatto che, se quella spelata e’ mia madre, io sono sicuramente stata adottata. In ogni caso se lo fosse, la abiuro. Intanto per il solo fatto che mi ha  chiamata “Maya”. Vi sembro per caso un’ape? mi vedete a strisce gialle? vi sembro l’ape Maya? non credo. Un nome, chesso’, tipo Felixia oppure Gattabella o qualcosa di esotico tipo Greenstars (avete notato i miei begli occhi verdi?) sarebbero stati piu’ adatti.

A parte questa parentesi, per continuare nelle mie tragedie quotidiane, mi sono presentata per accontentare la mia umana, in fondo non sono mica una cattiva gatta! e li’ a strusciarmi sulle sue gambe e a fare le fusa per togliermela un po’ dalle zampe.

Ma vi renderete mai conto dell’enorme sacrificio che devo fare ogni volta che ho un contatto fisico con questa spelata puzzolente?

Ebbene si, puzza, maledettamente. D’altra parte invece di leccarsi accuratamente come faccio io, gli umani usano strofinarsi addosso qualcosa di molliccio e nauseabondo.

Lo credo bene che dopo puzzano!

Adesso devo andare, ho un colombo da inseguire nel balcone.

Tornero’ a raccontarvi dei miei giorni di prigionia.

E c’era …

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E c’era un vento di maestrale

che soffiava forte e ingrossava il mare,

faceva alzare il bavero ai cappotti

e spettinava i miei capelli.

E il mare agitato lanciava le sue onde al cielo

artigliando con la spuma nubi e cirri

e trascinava via con se pioggia e mare

tra grida di gabbiani in fuga.

E c’era poi quel sorriso triste che si rifletteva

sui vetri appannati di una finestra chiusa

su di un cortile angusto coperto di sterpi e brina

e un’altalena dalla corda rotta

che dondolava al ritmo del vento.

E c’era poi quel respiro lieve alle mie spalle,

un leggero sfiorare i miei capelli

ed un fruscio come di seta smossa.

E quel peso che mi opprimeva il petto

si allentava e un leggero tepore mi avvolgeva

scaldandomi le braccia, nel cortile un raggio di sole  

adesso illuminava l’ultimo fiore, ma io non mi voltavo,

no, sapevo gia’ chi c’era accanto a me.

So che gli angeli non amano essere guardati.

Giuliana Campisi

Ti insegnero’ a volare

immagine reperita nel web
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Amami, tra i veli e le ombre 

della mia fragilita’, come un giorno 

che nasce opulento e poi muore.

Amami, nei chiaroscuri dei pensieri 

piu’ nascosti, nelle pieghe dei sogni 

taciuti e nelle trame dei miei antichi dolori.

Amami nella mia interezza e sostanza, 

cosi’ come sono, goccia dopo goccia, 

in tutta l’essenza che ne e’ l’anima ed il cuore.

Amami, perche’ e’ nella tua forza che costruiro’

la forma al mio essere impalpabile e lieve.

Ed allora, se mi amerai, 

ti prendero’ tra le mie braccia 

e ti insegnero’ a volare, dimenticherai 

cosi’ il tuo essere greve, sgancerai gli ormeggi

e spalancherai le ali alla liberta’ riconquistata.

Giuliana Campisi