GIULIA

Giulia sedeva alla finestra guardando il tramonto, si sentiva stanca.
Mancava poco ormai, il giorno era finito e il sole già sfiorava il mare. Tra poco sarebbe naufragato in esso.
Giulia pensava, esaminava a ritroso il suo passato recente, era stanca, stanca di ascoltare chi le aveva regalato stelle di latta e portata ad un fiume di carta stagnola, di chi le aveva mostrato soltanto la luna nel pozzo.
Stanca di chi, dopo averlo sognato, era caduto dal cielo ed ancora trascinava il suo aquilone nel prato. L’amore a volte è solo una forma, pensava, quella che tu gli vuoi dare.
Era stanca. Stanca di ascoltare parole vuote come barattoli usati, banalità, luoghi comuni, frasi fatte, “tu come stai?”, “lo sai che ti amo!”. L’amore, la comprensione non sono parole e non si nutrono di esse, ma ognuno sa dare nella propria maniera e lei aveva fatto la sua scelta e non sarebbe tornata indietro. L’amore a volte ha la forma di cuore.
Non le restava più molto tempo ormai, il suo autunno era passato. Ne sentiva ancora il profumo acre di terra bagnata, fragrante come pane appena sfornato, di castagne arrostite, di mele e cotogne e i colori intensi della vite americana e del melograno in fiore.
Restava poco ormai, il sole era già immerso a metà dentro il mare.
Doveva fare in fretta, finire le cose lasciate a metà, le parole, i desideri inespressi, le occasioni sprecate, i sogni sognati. Avrebbe messo tutto in un cassetto.
Avrebbe buttato via solo l’esperienza, in fondo, pensava, è solo ciò che ci rimane quando non abbiamo più nulla da dare.
Dove sarebbe andata non le sarebbe servito niente, sarebbe salita leggera, senza bagagli, senza valigie né fagotti e tutto le sembrerà inutile lassù, non avrà bisogno di chincaglierie.

Ma adesso era qui a guardare quel sole di fuoco, di cui sentiva ancora il calore, che in quel mare che profumava ancora di sogni, si stava coricando.
Questo pensava Giulia, guardando quel tramonto. Ma basta pensare, si disse, era giunto il momento di agire. Si alzò dalla sedia quasi con rammarico, con timore, come se stesse abbandonando un porto sicuro. Si scrollò di dosso quella sensazione ed incominciò ad aprire cassetti ed armadi. Tirò fuori qualche indumento, poca roba perché voleva viaggiare leggera, non voleva pesi, ingombri, non voleva scuse ad eventuali ripensamenti. Doveva tirar giù la valigia dal ripostiglio, doveva fare in fretta, non voleva incontrare qualcuno, dare spiegazioni. Avrebbe scritto poi una lettera, forse…
Persa in tutti questi pensieri, evidentemente, non aveva sentito bussare alla porta perché ora sentiva dei piccoli passi salire su per le scale ed avvicinarsi alla sua stanza…
– Nonna, nonna sono qui, sono venuta da te!
La piccola Paola con le sue treccine scure saltellanti le correva incontro e le si gettò addosso abbracciandola.
– Ma, ma … balbettò Giulia, cosa fai qui, che succede?
– Nonna non sei contenta di vedermi? Mamma mi ha portato qui da te per qualche giorno perché deve partire per lavoro. Non ti aveva avvertita?
Si accorse dello sguardo smarrito di Paola e subito l’abbracciò.
– Ma no tesoro, certo che sono felice di averti con me, accade così raramente! Ne sono felice, soltanto che è stata una sorpresa, una piacevole sorpresa!
Poi la bimba vide la valigia e gli indumenti sul letto.
– Nonna, ma devi partire? disse con voce preoccupata.
Giulia si girò, guardò tutta quella roba sparsa un po ovunque e disse:
– no, amore mio, stavo solo mettendo ordine nei cassetti.
– E la valigia? chiese Paola.
Lei pensò un attimo.
-L’ho presa per riporre tutto ciò che non mi serve più. Quel che mi serve l’ho qui davanti a me.
Niente è per sempre, ma niente finisce mai completamente.
Il sole non muore e domani ci sarà un altro giorno per combattere e per amare.

GIULIANA CAMPISI

Immagine reperita nel web
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LIBELLULE

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Libellule colorate,
occhi innamorati dello stagno
fremente alle loro carezze.
Dolci vibrazioni
nel caldo pomeriggio d’estate,
ronzii di cetonie dorate
e rane, che su foglie galleggianti,
cantano la loro canzone.
E quel languore molle
mi assale e nel fondo
dello stagno mi trascina,
l’acqua opaca e luminescente
mi prende tra le braccia
trasportandomi nel suo mondo incantato.

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CHE FREDDO CHE SENTO

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Che freddo che sento in questo silenzio!
La bocca non tace eppur non la sento e
il gelo mi avvolge in un candido manto.
Le labbra dipinte di rosso carminio
non sputano fiamme in questo giardino.
Non cresce più un fiore in quest’arida terra,
la pioggia non bagna più questo squallore
e rimane sospesa nell’aria in attesa d’amore.
Che senso può avere aspettare e aspettare,
non val più la pena e decido di andare.
Raccolgo con cura ogni mia concessione,
ne strappo i contratti con grande passione,
mi vesto di bianco ed imbraccio il coraggio,
non seguo la strada e non tornerò certo a maggio.

Giuliana Campisi

Lascia che …

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Lascia che il sole tramonti baciando il suo mare, che ogni spiga di grano maturi nel caldo d’estate.

Lascia che il sasso lanciato nell’acqua faccia i suoi cerchi e l’erba palustre nasconda l’airone.

Lascia che l’ora attraversi i minuti ed i minuti i secondi, che la notte accenda il suo giorno ed il giorno ceda il posto alla sera.

Lascia che ogni cosa sia come sia e che la lucciola rischiari la notte.

Riponi con cura  nella stanza piu’ antica ogni dubbio, ogni paura, indecisione e incertezza, lascia che tutto sia come e’,  in quel luogo, dove l’eterno tempo tesse con lucenti fili di seta le sue tele con mano sicura e non cambiera’ mai la trama e il disegno che ha in mente.

Giuliana Campisi

NOTTI INSONNI

La luna accompagnava spesso le mie notti insonni,

percorrevamo insieme strade sconosciute.

Non so perche’ io mi perdevo tra nebbie

e sabbie di mari sconosciuti,

la sua luce bianca a volte mi accecava.

C’erano boschi, poi, di alberi diafani

coi rami in giu’ come salici piangenti

che mi sfioravano le labbra per farle sussurrare.

Ma io tacevo, oh come tacevo!

il mio silenzio gridava forte

e tutto intorno il buio si allargava

e tra le ombre evanescenti

occhi stupiti si spalancavano.

Era allora che io mi allontanavo spaventata

ed infine stanca mi addormentavo

abbracciata ad un sogno,

i sensi assopiti ed il corpo nel nulla abbandonato.

Giuliana Campisi

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UN PASSO DOPO L’ALTRO

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Camminavamo, uno accanto all’altro,

sui bordi di un crepuscolo tiepido d’estate.

Dolcemente, nella luce obliqua del silenzio,

le emozioni vagavano alla deriva di un’ultima spiaggia,

arrossata da tramonti infuocati e tempeste d’amore.

Un passo dopo l’altro contavo,

sulle scarpe consumate del tempo,

come grani di un rosario d’amore, e dopo,

nell’oblio di ricordi distratti,

la certezza di una vita normale che ci riempie

e consuma come candela sull’altare.

Giuliana Campisi

Sciogliamo i rami

“Radici” di Aldo Sergio

Fin dove arriva il nostro limite,

noi che nasciamo azzurri e diventiamo grigi

camminando in questa vita ormai inquinata

e piena di segnali di divieto?

Ovunque muri o lacci, confini o staccionate

e pregiudizi o ammonizioni.

Sciogliamo i rami da quest’edera

che  succhia sangue e linfa e ci impedisce

di toccare con le foglie il nostro cielo!

Siamo alberi senza radici,

liberi di correre fra i campi,

rami protesi ad afferrare il vento

e  foglie verdi per adornare il capo.

Dentro di noi, sotto la scorza dura,

batte piu’ d’un cuore,

uno per l’amore e un’altro per la conoscenza.

Fuori e’ la mente, legata tutta intorno a noi,

e aspetta solo di esser liberata.

Giuliana Campisi

IN OGNI COSA

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In ogni cosa che faccio c’e’ una parte di te,
piccola goccia di mare.
In ogni mio pensiero dimori,
come soffio di fiato irriverente.
In ogni parola sbocci dalle mie labbra
come roseo fiore di pesco.
Mi abiti dentro come un granello
di sabbia nella rena,
come filo d’erba nel prato,
respiro di una nube nell’aria
e guizzo del lampo nella tempesta.
Sei linfa del mio sangue,
calcio delle mie ossa,
baricentro della mia vita,
essenza stessa ed imprescindibile di me
che corpo, mente e cuore avvolge
come baco nel filo di seta.

Giuliana Campisi

IL GUARDIANO DEI SOGNI

immagine reperita nel web
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Su per l’erta, nel sentiero bordato di asfodeli, saliva con passo incerto il vecchio Guardiano dei Sogni.
Appoggiava la mano nodosa al suo bastone magico fatto di legno di ulivo.
Capelli bianchi, faccia cotta dal sole e una lunga barba bianca che arrivava fino ai piedi scalzi.
Saliva piano piano, senza fretta, soffermando lo sguardo dei suoi occhi scuri e penetranti ora su un fiore, ora in alto a seguire il volo di un uccello o più in là sui picchi più alti a guardare gli stambecchi arrampicarsi sempre più in alto in cerca di nuovi pascoli. Ogni tanto si fermava per riposarsi e volgeva lo sguardo giù nella vallata sottostante avvolta in una sottile coltre di nebbia punteggiata qua e la dalle luci che incominciavano ad accendersi nelle case all’avvicinarsi del crepuscolo.
L’aria fredda e tersa della montagna profumava di erba e sassi e le grida dei rapaci echeggiavano tra le rocce.
Il sole era già basso all’orizzonte, doveva affrettarsi.
Giunse fin sulla cima del Monte Sublime e li in un piccolo poggio, sopra una roccia si sedette stanco, raccogliendo intorno a se la sua lunga veste, e attese.
Il sole ormai era tramontato, solo un leggero e tremulo chiarore illuminava ancora la montagna.
Un silenzio greve circondava ogni cosa, solo qualche piccolo fruscio e un sottile e leggero sibilo del vento in quella sera calma.
Piano piano le tenebre invasero ogni cosa, solo le prime stelle brillavano in cielo ammiccando.
Il Guardiano dei Sogni si mise più comodo, la notte sarebbe stata lunga e faticosa.
Controllò che nel suo sacchetto di tela, ormai consunto e scolorito dal tempo, ci fosse quel pezzo di pane scuro che gli sarebbe servito da cena, e l’ampolla dove restavano ancora due dita di vino rosso per scaldarsi nella notte fredda.
Sarebbe stata una notte speciale quella, l’ultima notte di lavoro.
Aveva compiuto cento anni, era il momento di ritirarsi. Era stanco dopo anni e anni di tenere a bada e sorvegliare i Sogni della gente. Quante cose avrebbe potuto raccontare di quel suo lavoro…
I Sogni temerari che cercavano di fuggire via e lui, volando sul suo bastone, quante volte era dovuto andare a riprenderli in posti pericolosi. E poi c’erano gli altri, quelli timidi e paurosi, quelli che vedeva sbucare dalle finestre socchiuse e non volevano saperne di uscire fuori e costretto a tirarli, quante volte era ruzzolato per terra. Poi c’erano gli Elfi balordi che cercavano sempre di rubarli per barattarli con gli Gnomi, e lui quante volte a inseguirli fino a quasi perdersi nei boschi dove gli Elfi hanno mille rifugi. E già, quanti Sogni aveva salvato.
I Sogni sono fragili, si sa, spesso hanno bisogno di una spinta, di un po più di coraggio. Alcuni sono pazzerelli bisogna frenarli in volo altrimenti si schianterebbero. Lui, il Guardiano dei Sogni, povero stanco centenario, ne aveva accudito tanti, tutte le notti, notte dopo notte per ben cento anni.
Questa era l’ultima notte. Non sapeva cosa avrebbe fatto, dove sarebbe andato, non se lo era mai chiesto. E proprio questa domanda gli piombò addosso all’improvviso.
E ora? Cosa ne sarebbe stato di lui?
La sua casa era stata fino a quel momento il Monte Sublime, il suo lavoro era fare il guardiano di Sogni! Uno scoramento terribile si impadronì di lui. Si sentì perso, smarrito. Cosa avrebbe fatto ora? Dove sarebbe andato? Doveva lasciare il suo posto a qualcuno più giovane di lui, più in forze. E lui dove mai potrà andare?
Ma ecco che dalla vallata incominciarono ad uscire i Sogni. Non a poco a poco, un po di qua e un po di la come le altre volte, ma tutti insieme, come si fossero dati un appuntamento.
Vedeva quelle sottili strisce di luci colorate e luminescenti, gialle, verdi, rosa che incominciavano a salire e man mano che si innalzavano si ingrossavano, si dilatavano e tutte insieme si avviluppavano l’una all’altra quasi a formare un gomitolo di colori. Il Guardiano dei sogni era esterefatto, una cosa simile non era mai successa, i Sogni, normalmente, ognuno per conto suo, andavano per la loro strada da soli senza unirsi agli altri. Ma che stava succedendo?
Poi quel gomitolo di colori cominciò ad allargarsi a dilatarsi e poi pian piano a sfumarsi per riprendere subito dopo consistenza e formare una casa, una piccola casa dal tetto di paglia, con il camino, le finestre con gli scuri ed un piccolo giardino davanti. Era la casa dei suoi sogni, quella che aveva sempre desiderato, quella dove passare gli ultimi anni della sua esistenza leggendo davanti al camino tutti i libri che non aveva mai avuto il tempo di leggere e poi magari coltivare un piccolo orticello o delle rose nella bella stagione.
Come era possibile? la vedeva là davanti a lui, la poteva quasi toccare! Sentiva persino l’odore della legna che bruciava nel camino…
Un grosso lacrimone cominciò a scendere sulla sua guancia rugosa…ed ecco che una voce, anzi un coro di voci, quasi un cinguettio, cominciò a parlare:
“questo è il nostro regalo di ringraziamento per tutto ciò che hai fatto per noi Sogni in tutti questi anni. Tu hai fatto sì che non restassimo dentro i cassetti, quando chi ci possedeva non aveva il coraggio di tirarci fuori, hai rimproverato chi esagerava nel mostrarsi rischiando di buttare tutto all’aria, hai impedito che qualcuno ci rubasse a chi ci sognava. Con te abbiamo capito quanto siamo importanti per l’umanità. Così abbiamo deciso di riunirci ed insieme abbiamo concretizzato il TUO SOGNO”
Fu una notte spettacolare quella.
Tutte le persone del mondo fecero sogni meravigliosi e quelli che non potevano dormire, guardando nel cielo notturno assistettero ad uno spettacolo meraviglioso: nubi, sfere, strisce, cerchi di mille colori che danzavano nell’aria creando figure ed immagini spettacolari come in un gioco di fuoco.
Fu il dono più bello al Padre dei Sogni.

Giuliana Campisi